24 giugno 2007

Le chiavi di casa


Regia: Gianni Amelio.
Con: Kim Rossi Stuart, Andrea Rossi, Charlotte Rampling, Pierfrancesco Favino.
Produzione: Enzo Porcelli.
Distribuzione: 01 Distribution.
Anno: 2004.
Durata: 105’.

Gianni e Andrea non si conoscono. Fanno colazione insieme nel vagone ristorante di un treno che li porterà a Berlino, dove c’è una clinica specializzata nella cura delle disabilità infantili. Andrea sa chi è quell’uomo bello, timido e impacciato seduto di fronte a lui. Gli hanno detto che 15 anni prima è fuggito via, senza nemmeno volerlo vedere. E forse gli hanno raccontato anche di quel parto disgraziato che lo ha messo al mondo menomato rapendogli la madre. Ma alla domanda traballante di Gianni “Sai chi sono?” Andrea risponde con tutto il disarmante candore di cui è capace “Mio padre”. Nel suo cuore, così diversamente abile rispetto alla cosiddetta normalità, non esiste il rancore e nemmeno la diffidenza verso gli estranei che accoglie con indistinta fiducia. E così, nel viaggio a Berlino e poi ancora in Norvegia, Gianni e Andrea potranno nascere una seconda volta diventando quel che Dio o la natura avevano deciso che fossero: un padre e un figlio.
Liberamente ispirato al romanzo autobiografico di Giuseppe Pontiggia (Nati due volte, Mondatori, 2000), Le chiavi di casa è un piccolo manifesto del cinema di Gianni Amelio, unico regista italiano in grado di rinunciare alla tecnica senza perdere la propria impronta autoriale. Molto maturato rispetto agli esordi, il cinema di Amelio ha elaborato la propria cifra stilistica in un’essenzialità estetica rigorosa ed austera che esalta la vitalità intrinseca di un “narrare” che per umanità e spiritualità ricorda la grande letteratura ottocentesca. Lo sguardo di Amelio è puntato sulla persona. Il suo cinema non racconta semplicemente “storie” quanto piuttosto “esseri umani”. Esseri umani alla ricerca di altri esseri umani. Molti hanno accostato Le chiavi di casa a Il ladro di bambini, rimproverando ad Amelio la riproposizione costante delle medesime tematiche e soluzioni narrative. Costoro si sono però dimenticati di aggiungere alla lista anche pellicole come Colpire al cuore e Lamerica dove la tensione drammatica era tutta concentrata nel rapporto irrisolto o mancato tra padri e figli. La semplice verità è che Amelio, come tutti quei registi che chiamiamo autori, ha capito che il cinema più sincero, l’unico possibile, è quello in cui si mette a nudo se stessi e i propri drammi irrisolti. Ed è questa radice di vissuto, di privato conflittuale e spesso doloroso che il pubblico avverte in film che fanno sentire forte il proprio palpito vitale e che il critico dovrebbe considerare tappe di un percorso esistenziale, variazioni sul tema. A chi gli domandava se non ritenesse disonesto far ridere o piangere lo spettatore utilizzando l’infanzia, Truffaut rispondeva sicuro di no, se quelle stesse sequenze prima avevano fatto ridere o piangere anche chi le metteva in scena. E’ per questo motivo forse che Amelio può affrontare l’handicap infantile utilizzando un attore disabile senza inciampare negli stereotipi o scivolare nel pietismo. Il garbo dell’uomo sensibile si trasforma così nel tatto di un regista che decide di scomparire dietro la macchina da presa per lasciare alla creatività degli attori il soffio vitale di un film che è fatto dei silenzi di Kim Rossi Stuart, della selvaggia spontaneità di Andrea Rossi e della tragica maschera di Charlotte Rampling. Le chiavi di casa è il loro film: un film di uomini, donne e bambini più che di attori, un film di sguardi più che di parole, di piccoli gesti più che di grandi azioni. C’è un momento ne Le chiavi di casa in cui tutto questo si condensa in una sequenza di rara intensità emotiva. Dopo aver fatto il bagno abbracciati nella vasca dell’albergo, Gianni pranza con il figlio ritrovato. Andrea gioca ad imboccare il padre ripetendogli “ch’è troppo secco”. Gianni ride, piange e accarezza più forte che può quel figlio che gli parla da padre. Nella frenesia delle sue mani c’è il desiderio impossibile di restituire in un istante 15 anni di carezze mancate. La sensazione immediata è che tutto il film stia in questa scena e che tutta la sceneggiatura sia stata costruita per arrivare in quella stanza, in quell’albergo, in quel momento. E probabilmente è così. Lo suggerisce quella trama forse troppo lineare per una coppia di sceneggiatori come Rulli e Petraglia che si sono evidentemente trattenuti sapendo di dover poi mettere il copione nelle mani di un fuoriclasse che in una sola inquadratura concentra pagine e pagine di non detto e, forse, di indicibile.
Sceneggiatori che passano la mano al regista. Un regista che lascia il campo agli attori. Attori che si impongono di non recitare.
E’ strano come il cinema a volte possa nascere anche dalla negazione di se stesso.

recensione di Alessandro Montanari

3 commenti:

luca ha detto...

Bella rece e bel blog per questo ti ho linkato sul mio visto che parla pure di cinema

il parra ha detto...

Anch�io amo il cinema di Amelio, mi sembra che abbia il coraggio di scavare nella psicologia dei personaggi con estremo disincanto e con un certo candore fanciullesco, impossibile non scorgere una certa analogia con il primo Truffaut, ( Il ragazzo selvaggio, i Quattrocento colpi) anche se il tocco e la leggerezza dell�ex critico del cahiers du cinema � inarrivabile. Ciao!

mimhe ha detto...

un blog figo, con un titolo figo che parla di film fighi... belle scelte!

passatemi a trovafre se volete